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C’è un passo del Vangelo di Giovanni (21, 15-19) nel quale ogni cristiano, ma soprattutto i pastori della Chiesa, guardando a Pietro possono comprendere molto della propria identità. È la «bussola di ogni pastore». È un passo intimo, profondo, dove attraverso un gioco di sguardi e di parole tra Gesù e l’apostolo, e grazie al prezioso ausilio della «memoria», si arriva a delineare con chiarezza il senso di una vita e di una missione. È il brano — commentato da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 18 maggio — in cui «i discepoli erano in mare» e Giovanni riconosce Gesù sulla riva: Pietro, «“emotivo” come era, si strinse le vesti e si gettò in mare, per andare a trovare il Signore con quella forza tipica sua».

Il passo è alla fine del vangelo di Giovanni, dove viene dato conto dell’«ultimo dialogo di Pietro con il Signore». Un dialogo intenso, durante il quale, ha detto il Pontefice, «Pietro ritorna con la memoria ai dialoghi che aveva avuto con il Signore. Questo è il momento della memoria di Pietro».

Il Papa ha immaginato il flusso di memoria che in quegli attimi ha agitato il cuore dell’apostolo, come una serie di istantanee che hanno fatto rapidamente rivivere a Pietro gli anni passati a fianco di Gesù. Ha ricordato certamente «la prima volta, quando il Signore gli cambia il nome», e quando «Andrea è andato entusiasta a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia”, e Gesù lo guarda negli occhi e gli dice: “Tu ti chiamerai Pietro”». Poi, «quando è andato a casa sua e ha guarito la suocera. Poi, quando lui ha avuto il coraggio di dire quello che sentiva nel cuore: “Tu sei il Cristo, il Dio...”».

Ancora ricordi: quando la debolezza di Pietro «voleva risparmiare il Signore, il dolore della pazienza...». E Gesù lo riprende: «Va’ dietro a me, Satana», correggendolo perché «questo pensiero non è di Dio». Momenti belli come quello della trasfigurazione, «quando voleva rimanere lì con il Signore, fare tre tende, quel dialogo...»; e momenti dolorosi, come quando Gesù gli disse: «Ma prima che canti il gallo tu mi rinnegherai». Poi «il canto del gallo» e «quel dialogo silenzioso, lo sguardo di Gesù, tenero, sofferente». Quando egli «pianse».

Tutte queste cose, ha detto Francesco, «venivano nella mente di Pietro in quel momento del dialogo con il Signore». Tant’è che il Signore lo chiama «Simone, figlio di Giovanni», usando il suo nome di prima. È, ha spiegato il Pontefice, «il momento di questa memoria condensata di Pietro davanti al Signore». Un momento che ha da insegnare qualcosa a ogni cristiano: «Il Signore vuole che noi tutti facciamo memoria del nostro cammino con lui. Forse questo è il giorno per farla».

In questo momento così decisivo, «cosa dice il Signore a Pietro? Tre cose: “Amami, pascola e preparati”».

Innanzitutto, ha sottolineato il Papa, Gesù chiede a Pietro: «Amami più degli altri, amami come puoi ma amami». Ed è «quello che il Signore chiede ai pastori e anche a tutti noi. “Amami”». Perché «il primo passo nel dialogo col Signore è l’amore. Lui ci ha amato per primo ma noi dobbiamo amarlo: “Amami”».

Quindi egli chiede a ogni pastore: «Amami». E poi: « “Pascola”. Tu sei pastore, pascola. Non spendere il tempo in altre cose. “Pascola”. Tu sei chiamato a pascolare, la tua identità è essere pastore. L’identità di un vescovo, di un prete, è essere pastore. “Pascola con amore, non fare altra cosa, ama e pascola”».

Seguendo il dialogo del Signore con Pietro, il Papa ha aggiunto la terza indicazione. Si potrebbe infatti dire: «E dopo, Signore, mi darai il premio? — Sì, preparati, perché ti porteranno dove tu non vuoi. Preparati alle prove, preparati a lasciare tutto perché venga un altro e faccia cose diverse. Preparati a questo annientamento nella vita. E ti porteranno sulla strada delle umiliazioni, forse sulla strada del martirio». Le parole di Gesù all’apostolo appaiono allora ripetute anche oggi: «Quelli che quando tu eri pastore ti lodavano e parlavano bene di te adesso sparleranno perché l’altro che viene sembra più buono. Preparati. Preparati alla croce quando ti portano dove tu non voi».

Tre semplici concetti: «Amami, pascola, preparati». È questo, ha affermato il Pontefice, «il foglio di rotta di un pastore, la bussola per non perdersi»: amare e lasciarsi amare dal Signore, fare la veglia sul gregge «giorno e notte», prepararsi perché «a te arriverà la croce; non sappiamo se interiore o esteriore ma arriverà, come al Signore».

Un insegnamento chiaro e semplice, al quale Francesco, proseguendo nella lettura del Vangelo, ha fatto un’aggiunta: sembra, ha detto, «che se un pastore fa tutto questo, va bene. No, c’è un’altra cosa ancora». Il dialogo tra Gesù e Pietro, infatti, finisce con alcuni versetti (21, 20-23) che vengono proposti dalla liturgia di sabato 19 maggio. Giovanni scrive che «Pietro sente lo sguardo di Gesù, è contento, si sente forte». Voltandosi vede dietro di sé Giovanni e dice a Gesù: «Signore, tu mi hai detto cosa sarà di me. E cosa sarà di lui?». Pietro cioè, ha spiegato il Pontefice, «cade in un’altra tentazione: guardare nella vita altrui, mettere il naso nella vita degli altri. E Gesù lo riprende con forza», non in maniera così dura come quando gli disse: «Va’ dietro a me, Satana», ma gli risponde: «Se io voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Ha spiegato il Papa: «Il pastore ama, pascola, si prepara alla croce, allo spoglio e non mette il naso nella vita degli altri, non perde il tempo nelle cordate, nelle cordate ecclesiastiche. Ama, pascola e si prepara, e non cade nella tentazione».

Restano, ha concluso Francesco, i tre insegnamenti fondamentali: «amare pascolare e prepararsi alla croce». Questi tre aspetti «sono il “seguimi”; così Gesù vuole che i pastori lo seguano: amando, pascolando e preparandosi alla croce».