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Incontro con i genitori e i giovani della parrocchia

Mauro:

Benvenuto, Papa Francesco. Grazie di essere qui con noi nella parrocchia del Santissimo Sacramento nel quartiere Tor de’ Schiavi. Grazie. Io sono Mauro e insieme a un altro gruppo di genitori ci occupiamo dell’oratorio. Sono sposato, ho tre figli e siamo una di quelle tante famiglie cosiddette irregolari, ma qui abbiamo sempre avuto le porte aperte, siamo stati accolti con amore, tant’è che oggi facciamo parte dello staff della parrocchia e siamo impegnati personalmente nelle attività parrocchiali. Qui ci sentiamo come a casa anzi, questa è la nostra casa. La domanda che volevo farLe è questa: come possiamo noi far capire ai genitori che portano e porteranno i bambini nell’ambito della parrocchia, delle attività, di non lasciarli soli ma di accompagnarli nel cammino e di educarli anche nel cammino della fede? Perché così il nucleo, che è la base della vita, la base della vita cristiana – la famiglia – possa essere più coesa? Perché, oggi come oggi, ci dicono che la famiglia non serve più a nulla... Grazie.

Papa Francesco

Ha toccato la piaga: i bambini, i figli che crescono, la famiglia, ma senza la famiglia... A casa, il papà indaffarato fino ai capelli... La mamma indaffarata, che lavora... E i bambini crescono un po’ da soli, non è vero? Alcune volte ci sono la nonna, il nonno che aiutano tanto. I nonni aiutano, sono un tesoro, un applauso ai nonni! Questo mondo i nonni li mette nella lista dello scarto, perché questa è la cultura dello scarto. Quello che non produce, che non serve, si scarta. I nonni sono vecchi, e si scartano. “No, no! I nonni hanno una pensione e io ho bisogno”... Ah, per interesse! Quando c’è questo di mezzo, i nonni valgono. Mai scartare i nonni! Questo en passant.

Adesso, il problema: quando i bambini crescono soli, ma non per cattiva volontà dei genitori, ma perché c’è il lavoro, il bisogno del lavoro... E crescono senza quel dialogo con i genitori. E i grandi valori della vita – la fede – si trasmettono solo “in dialetto”, cioè nel linguaggio della famiglia. Sì, impareranno tante cose, ma quella fede che ti insegna la mamma e il papà o i nonni, quella saggezza di vita che tu impari da bambino e quella che si dà a casa, quella che ti farà forte, è quella “in dialetto”. Se vivi il dialetto di casa. Sì, a scuola si imparano tante cose, cose buone, valori, ma quelli di base si imparano “in dialetto”, si trasmettono “in dialetto”. È importante che si cerchi il modo di aiutare i genitori perché possano parlare con i figli. Un genitore mi diceva una volta: “Io, quando esco a lavorare al mattino, i bambini dormono. Quando torno la sera, stanno dormendo”. E di domenica soltanto: parla con loro domenica. Ma questa cultura è così: è schiavista, e il lavoro prende tutta la vita. Per questo è importante che entrino nella famiglia i nonni, che aiutino papà e mamma a essere presenti con i bambini, che non crescano da soli. Non perché faranno forse cose cattive. No, no. Ma cresceranno deboli. È un problema di “vitamina”! È il problema della vitamina che dà la famiglia, che ti fa crescere forte. Sapere che la mamma e il papà... Io ho un’abitudine: quando confesso un papà o una mamma che ha figli più o meno piccoli – anche quelli più grandi, ma i piccoli soprattutto –, domando se giocano con i figli. I valori si trasmettono anche giocando. “Ma tu hai tempo di buttarti per terra e fare lì qualcosa con tuo figlio, con tua figlia?”. Questo è importante, non si deve perdere! “Ma, torno stanco... Non so, mi piace guardare la televisione...”. Ma gioca con i tuoi figli! “È noioso...”. No, impari. Questo è un grande criterio! Papà e mamma che sanno giocare: perdere il tempo con i figli. È vero che i figli chiedono sempre le stesse cose: “perché?... perché?”. Quando sono nell’età dei “perché” fanno venire il mal di testa per le tante domande. Ma bisogna saper rispondere, saper giocare, saper parlare, saper perdere tempo con i figli. Questo è il “dialetto” dell’amore, che fa trasmettere tutti i valori e la fede. Per favore, lavorate per questo. Il nocciolo dell’amore è la famiglia. Quello che non si impara nella famiglia difficilmente si imparerà fuori. Non so se ho risposto.

Simona:

Ciao, sono Simona, sono l’animatrice dell’oratorio e faccio parte del gruppo dei giovani della parrocchia. Diciamo che nella mia esperienza ho avuto un po’ di difficoltà, soprattutto negli anni passati, a inserirmi in una comunità parrocchiale, perché ho avuto cattive testimonianze, ho osservato tante incoerenze e ho ricevuto anche poca accoglienza. Discutendo e parlandone anche con i miei amici del gruppo, abbiamo immaginato quanto la mancanza di un amore da parte della comunità, cercato dagli esterni, da coloro che sono fuori dalla Chiesa, li porti poi quindi a cercare un surrogato dell’amore da altre parti. Quindi noi ci chiediamo: ma effettivamente, il Papa ci ama davvero? I vescovi, i sacerdoti, i catechisti vogliono veramente bene ai ragazzi? E se questo amore c’è, allora come mai non riesce ad arrivare a tutti i ragazzi e li manda via, cioè non riesce a tenerli vicini?

Papa Francesco

Secondo la “musica” della tua domanda, la mia risposta dovrebbe essere una bastonata ai preti e ai vescovi... La suora applaude: anche alle suore! Dunque, ha detto tre cose, da non dimenticare: cattive esperienze; incoerenze; e la prima era?... Sì, testimonianze brutte: incoerenze nelle testimonianze. La buona testimonianza. L’esperienza e l’aria buona, l’aria buona. E la coerenza. Sono quello che dà l’aria di famiglia. E una parrocchia deve essere famiglia: l’aria di famiglia. Non è facile. C’è una virtù che tutti i preti devono avere, un atteggiamento che devono avere – i preti, i vescovi, i Papi, tutti – la vicinanza. “Ah, questo lo dicono gli psicologi!”. No, lo ha detto Dio Padre quando ha voluto che il Suo Figlio si facesse vicino a noi. Gesù è Dio vicino a noi. E noi che siamo gli apostoli di Gesù, dobbiamo andare su questa strada: la vicinanza. Non si predica il Vangelo con parole, con argomenti. No, non si predica così. Si predica con vicinanza, con testimonianze, con coerenza. E questo voi dovete chiederlo ai pastori: a me, ai vescovi e ai preti. Coerenza. Testimonianza. Questa è la lingua, è il “dialetto” nel quale si trasmette la fede. Un dialetto fatto di coerenze, di testimonianze, di far germogliare negli altri buone esperienze. Accoglienza. “Non mi sono sentita accolta” hai detto tu. L’accoglienza. E l’accoglienza è quel sorriso naturale, quel sorriso del “Vieni, entra, è casa tua!”. Non dico il sorriso artificiale di tanta gente, quello che devono fare per lavoro. Sorridono perché se tu non sorridi ti cacciano via dal lavoro; ma alla fine è un sorriso artificiale. No. Il sorriso accogliente: “Vieni, perché io sono felice che tu sia qui”. Far sentire questo: che questa è casa tua. E questo chiedetelo sempre ai pastori: vicinanza, perché Gesù si è fatto vicino. La grande predica di Gesù non sono i sermoni. Sì, questi ci insegnano tanto; ma la grande, la grande predica è la vicinanza. Che è disceso tra noi. Questa i teologi la chiamano la “condiscendenza”. O i teologi più fini lo dicono in greco: la “syncatabasi”. Poi chiedo al parroco che la insegnerà. La vicinanza, la condiscendenza. Dio che si è fatto vicino. E Dio – è interessante – quando va nel deserto con il popolo di Israele, fa una domanda: “Guardate, avete visto voi qualche popolo che abbia un Dio così vicino come io con voi?”. Lo stesso Dio dice che Lui è vicino. Anche questa è una virtù che non dobbiamo avere solo noi pastori. E’ anche una virtù di tutti i cristiani. Il cristiano si fa sempre vicino agli altri. Non in modo noioso, non quella gente noiosa, no. Vicino, con discrezione, con amore, con il cuore aperto sempre. E quando non c’è vicinanza in una parrocchia, quell’atteggiamento di vicinanza nei pastori e anche nei laici che collaborano, si sente quello che tu hai sentito: freddezza, freddo, è una parrocchia tiepida, una parrocchia funzionale, dove tutto va bene meno il cuore. È una parrocchia “cardiopatica”. Ha la malattia del cuore, che è quello che fa la condiscendenza e la vicinanza. Non so se questa è la risposta. Per i pastori, per i laici e le suore! Grazie.

Beatrice:

Caro Papa Francesco, sono Beatrice, ho 15 anni e ho una domanda. Purtroppo, due anni fa ho perso mio padre e da allora mi sono avvicinata molto alla Chiesa e a questa parrocchia nella quale ho trovato un gruppo di persone fantastiche che mi ha accolto come una famiglia, e un conforto spirituale importante. Vedo però tanti miei coetanei che sono distanti dalla Chiesa perché pensano che sia noiosa. Allora mi chiedevo come posso fare, come possiamo fare a far capire agli adolescenti che la Chiesa, invece, è un luogo d’amore, come l’ho capito io e noi tutti che siamo qui, oggi? Grazie.

Papa Francesco

Tante volte quei tuoi compagni hanno ragione. Perché alcuni, alcuni pastori, alcune suore, alcuni laici sono noiosi davvero... E hanno una faccia che tu non sai se è una faccia di pastore, di uomo, di donna che lavora nella Chiesa, o una faccia da veglia funebre. Non lo sai. Un funerale!

La gioia del Vangelo: il Vangelo porta gioia sempre. E questo vale non solo per i pastori, ma anche per i laici, per tutti. Anzi, io direi che tante volte ho trovato nelle parrocchie più laici amareggiati con la faccia “di aceto” che preti o suore. Perché tante volte il laico, quando non si inserisce bene nella comunità, incomincia questo gioco di potere dentro, di lotta interna e a volte tu ti trovi gente che sì, è buona, lavora – non so, nell’Azione Cattolica, nella Caritas, tante cose che ha una parrocchia –, ma sempre tesa, non libera. Non so perché, forse c’è qualche promozione, non so... L’intenzione non è tutta chiara. È gente buona, ma senza la libertà della gioia del Vangelo. E questo dobbiamo averlo sempre davanti agli occhi. Se io sono un vero credente, una vera credente, questo deve esprimersi nella gioia, la gioia che è il dono di Gesù, il dono di Gesù risorto. Gesù non è risorto perché noi piangessimo. È risorto per darci la gioia e la sicurezza che tutti attendiamo. E questo manca – è vero – manca. La gioia del Vangelo manca; non sempre, ma tante volte.

Poi tu hai fatto una domanda: “Cosa posso fare io per convincere i miei amici che la Chiesa non è così?”. Complimenti! Tu non hai detto: “Cosa devo dire?”. Perché se tu vai e dici, non ti crederanno. Tu devi fare. Fare le cose con gioia. E loro guarderanno e diranno: “Ma questa è pazza. Perché fa le cose così?” E tu: “No, vieni e guarda. Vieni a vedere”. La Chiesa cresce non per proselitismo, per attrazione, l’attrazione della testimonianza. Noi non siamo una squadra di calcio, un club che va a cercare aderenti. No. Noi siamo discepoli di Gesù, che cerchiamo di fare le cose che il Vangelo ci dice. E questo sempre fa scaturire la gioia. E loro vedono la gioia e dicono: “Perché sono così gioiosi?”. Questo succedeva nei primi tempi della Chiesa. Appena nata la Chiesa, dopo che è venuto lo Spirito Santo, la gente li guardava e diceva: “Ma guarda, sono felici questi! E come si vogliono bene tra loro! Non si “spellano”. Perché era gente la cui gioia attirava gli altri. Non si può vivere il Vangelo senza gioia: la gioia è condizione per vivere il Vangelo, capito? E se qualcuno di quelli che lavorano in parrocchia ha l’abitudine di fare colazione con il caffelatte “con aceto” cambi l’abitudine! E prenda il caffelatte e le farà bene!

Mattia:

Buona sera, Papa Francesco. Io sono Mattia e ho 10 anni. Volevo chiedere se era possibile fare una preghiera per mia madre che deve eseguire un intervento, e di fare una benedizione alla mia famiglia e a tutte le famiglie di questa parrocchia. Grazie.

Papa Francesco

Grazie a te! Ti chiamano Mattia. Questo lo ha fatto Mattia: è una cosa che voi ragazzi e ragazze dovete fare sempre: pregare per i genitori. Pregare per i genitori. Loro pregano per voi, ma voi pregate per loro? O pregate soltanto quando avete la speranza che loro vi faranno un regalo. No. Perché facciano quel regalo o quell’altro. no. Pregare per i genitori. Pensateci bene! I genitori hanno bisogno della vostra preghiera perché così voi li aiutate ad andare avanti. E quando i genitori hanno una malattia, come nel caso di Mattia – la mamma deve subire un intervento – pregate di più. Loro pregano per voi, ma voi dovete pregare per loro. La famiglia – abbiamo incominciato con la famiglia – la famiglia si fa così, anche con la preghiera. La preghiera fa crescere la famiglia, la preghiera l’uno per l’altro: di tutti, tutti, tutti. Io avrei voglia di domandare ai ragazzi e alle ragazze qui: voi pregate per i vostri genitori? Si vede che non vogliono rispondere perché la risposta non sarebbe tanto buona... Ma incominciamo da adesso, da oggi in poi una preghiera al giorno per i genitori. Non c’è bisogno di fare preghiere lunghe, no. Dire: “Signore, custodisci mamma, papà, nonno, nonna”. Così, come parliamo noi. Ma pregare per i genitori. E quando i genitori hanno un problema, pregare perché il problema si risolva bene. Di salute. La famiglia si fa con la preghiera degli uni per gli altri. E i figli devono pregare per i genitori. Andate avanti così. Io pregherò per tua mamma.

Preghiera

Preghiamo la Madonna. È la Madonna del perdono. Tutti noi abbiamo bisogno di essere perdonati di qualcosa. Che lei ci aiuti!

[Ave o Maria]

Benedizione

Vedo quel cartello. È bello! “La parrocchia è casa della gioia”. Lo diciamo tutti insieme?

La parrocchia è... “Casa della gioia”

Non dimenticatelo. Grazie!

Incontro con gli anziani

Volontario

Santità, come le dicevo prima qui abbiamo soltanto una piccola rappresentanza. Nella nostra parrocchia ci sono tantissimi anziani, molti di loro – devo dire – sono anche un po’ soli, oltre che ammalati, e con un po’ di volontari cerchiamo di aiutarli, con i ministri straordinari dell’Eucaristia; e cerchiamo di fargli sentire la nostra vicinanza. Qui non sono tutti, sono una rappresentanza. Ci sono quelli dei gruppi di preghiera; della Legio Mariae; quelli del centro San Giuseppe, che si incontrano qui tutti i giorni a fare varie attività per gli anziani. E poi ci sono gli ammalati, che seguiamo con i ministri straordinari. Loro, sono sicuro che porteranno agli altri – perché non potevano stare tutti qui, ovviamente – tanti hanno chiesto il biglietto al parroco per entrare... Abbiamo fatto il possibile. E voi, magari, portate il saluto del Papa a tutti gli altri. Grazie!

Papa Francesco

Grazie, per il vostro lavoro, per le vostre preghiere. Perché gli anziani pregano, sono proprio la retroguardia della Chiesa. E con le preghiere sostengono la Chiesa. Ma è importante anche che voi diate alla Chiesa la vostra saggezza di vita. Voi avete saggezza di vita, e dovete darla. E avvicinarvi ai giovani, per trasmettere questa saggezza di vita. Perché voi non siete noiosi, no, gli anziani sono gioiosi tutti, o no? Sorridono! È importante. È importante questo dialogo con i bambini, con i ragazzi, perché voi avete la memoria, la memoria di tanti anni di vita, e dovete trasmettere la memoria ai ragazzi, ai bambini. Trasmettere la fede. Trasmettere la saggezza. Voi siete una ricchezza nella Chiesa. Non siete materiale di scarto. Per favore, non sentitevi materiale di scarto. No. Voi siete la ricchezza della Chiesa, la retroguardia della Chiesa. Pensiamo a quando, dopo quaranta giorni, la Madonna e San Giuseppe portarono Gesù al Tempio. Ricordate quel passo del Vangelo? Lì, dice il Vangelo che ad aspettarli c’erano due vecchietti: Simeone e Anna. Anna era un po’ chiacchierona, perché, quando vide Gesù, se ne andò a dire: “È quello! È quello!” E chiacchierava. E’ brutto essere chiacchieroni quando uno parla male degli altri, ma invece c’è bisogno di essere chiacchieroni per annunciare il Vangelo, per comunicare l’esperienza. Questo si può fare, e non fa male! E Simeone dice: “Ah, questo è Lui!”. Lo Spirito Santo fa parlare i vecchi. Voi dovete aprire il vostro cuore allo Spirito Santo. La civiltà moderna fa di tutto per farvi credere che voi siete passati, che voi non contate più, che voi siete lo scarto: sono bugie. Sono bugie. Voi siete la ricchezza della Chiesa. Voi siete quelli che fanno fiorire l’albero della Chiesa, perché tutto quello che l’albero ha di fiorito viene da quello che è sotto terra, dalle radici. Voi siete le radici. Ma per favore, su! Su! Perché questa è la vostra vocazione, e abbiamo bisogno di voi. Ne abbiamo bisogno. [Tutti sono importanti] Ma in una maniera speciale contate voi e i giovani. Perché dovete mettere in collegamento, parlare, e trasmettere la memoria – trasmettere le radici – perché loro abbiano del “succo”, della storia, dell’esperienza vostra per crescere e mandare avanti la patria, la famiglia, la fede, tutto. Ma senza di voi non sanno dove mettere i piedi. Capito? Cosa vi ha detto il Papa? Su, su, su! E prendetevi cura di questo. E fatevi vedere. Il parroco mi dice che manda i bambini a parlare con voi. Questo è bellissimo! Grazie per questo, perché voi siete capace di svegliare forze nei ragazzi, di svegliare lo sviluppo, per la vita: per la vita cristiana, la vita umana. Con la vostra esperienza. Qualcuno potrà dirmi: “Ma padre, io non ho studiato...”. Non preoccuparti: hai vissuto, e quello è un dottorato! Sono laureato in “vita”, con l’esperienza della vita, questo potete dire voi. Avanti! E pregate per la Chiesa, come Simeone e Anna, che pregavano, avevano lo Spirito Santo dentro che li spingeva alla profezia. Pregate per la Chiesa. Pregate per i giovani, per i bambini. Ma siate presenti.

E adesso preghiamo questi due vecchietti, San Simeone e Sant’Anna. “San Simeone e Santa Anna, vi preghiamo di benedirci, di darci la forza che voi avete avuto per restare fedeli fino alla fine, e per restare svegli e far svegliare gli altri, e dire chiaramente qual è la strada dov’è il Signore. Amen”.

[Benedizione]

E pregate anche per me!

Omelia durante la Celebrazione Eucaristica

Gesù, prima di recarsi all’orto degli ulivi e incominciare la sua Passione - ha sofferto tanto Gesù, nell’orto degli ulivi - ha questo lungo discorso a tavola con i discepoli. E lui consiglia una cosa forte, dà un consiglio molto forte: “Rimanete nel mio amore”. Questo è il consiglio che Gesù dà ai suoi prima di soffrire e di morire. Ed è anche il consiglio che dà a noi, ad ognuno di noi. Gesù ci dice: “Rimanete nel mio amore. Non andate fuori del mio amore”. E ognuno di noi può domandarsi nel cuore - nel proprio cuore -: “Io rimango nell’amore del Signore? O esco fuori cercando altre cose, altri divertimenti, altre condotte di vita?” Ma “rimanere nell’amore” è fare quello che Gesù ha fatto per noi. Lui ha dato la vita. Lui è stato il servo di noi: è venuto a servirci. “Rimanere nell’amore” significa servire gli altri, essere al servizio degli altri. Che cosa è l’amore? Vogliamo pensare a che cosa è l’amore? “Ah, sì, ho visto un telefilm sull’amore, era bello... E quella coppia di fidanzati... E poi, è finita male, peccato!”. Non è così. L’amore è un’altra cosa. L’amore è prendersi carico degli altri. L’amore non è suonare violini, tutto romantico... L’amore è lavoro. Quante tra di voi sono mamme, pensate a quando i bambini erano piccolini: come amavate i vostri bambini? Con il lavoro. Prendendovi cura di loro. Loro piangevano... bisognava allattarli; cambiarli; questo, quell’altro... L’amore è sempre lavoro per gli altri. Perché l’amore si fa vedere nelle opere, non nelle parole. Ricordate quella canzone: “Parole, parole, parole”. Tante volte sono solo parole. L’amore invece è concreto. Ognuno deve pensare: il mio amore per la mia famiglia, nel quartiere, nel lavoro: è servizio agli altri? Mi preoccupo degli altri? Sono stato su – la chiamano la “Casa della Gioia” – ma può ben chiamarsi la “Casa dell’Amore”, perché questa parrocchia si è presa cura di tanti che hanno bisogno di essere curati, di essere sorvegliati. E questo è amore. Amore è lavoro, lavoro per gli altri. L’amore è nelle opere, non nelle parole. “Io ti amo”. “E che cosa fai per me se mi ami?” Ognuno degli ammalati del quartiere si chiede: “Che cosa fai per me?” Nella nostra famiglia, se tu ami i tuoi figli, siano piccoli, grandi, i genitori, gli anziani, che cosa fai per loro? Per vedere com’è l’amore, va sempre detto: che cosa faccio? “Ma padre, dove impariamo questo?” Da Gesù. E nella Seconda Lettura c’è una frase che può aprirci gli occhi: “In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio”. In questo sta l’amore. Non siamo stati noi ad amare Dio; ma è Lui che ci ha amato per primo. Il Signore ama sempre per primo. Ci aspetta con l’amore. Anche noi possiamo farci la domanda: io aspetto con l’amore gli altri? E poi fare l’elenco delle domande. Per esempio: il chiacchiericcio è amore? Quello che chiacchiera degli altri... No, non è amore. Sparlare della gente non è amore. “Oh... Io amo Dio. Faccio cinque novene al mese. Faccio questo, questo...” Sì, ma... com’è la tua lingua? Come va la tua lingua? Questa è proprio la pietra di paragone per vedere l’amore. Io amo gli altri? Domandati: come va la mia lingua? Ti dirà se è vero amore. Dio ci ha amato per primo. Ci aspetta con l’amore sempre. Io amo per primo o aspetto che mi diano qualcosa per amare? Come i cagnolini che aspettano il regalo, il pezzo per mangiare e poi fanno festa al padrone. L’amore è gratuito, per primo. Ma il termometro per sapere la temperatura del mio amore è la lingua. Non dimenticatevi di questo. Quando state per fare l’esame di coscienza, prima della confessione o a casa, chiedetevi: ho fatto quello che Gesù mi ha detto: “Rimanete nel mio amore”? E come posso saperlo? Da come è andata la mia lingua. Se ho parlato male degli altri, non ho amato. Se questa parrocchia riuscisse a non parlare mai male degli altri, sarebbe da canonizzare! E, almeno, come ho detto altre volte: fate lo sforzo di non sparlare degli altri. “Ma, padre, ci dia un rimedio per non sparlare degli altri”. È facile. È alla portata di tutti. Quando ti viene voglia di parlare male degli altri, morditi la lingua! Si gonfierà, ma di sicuro non parlerai più male.

Chiediamo al Signore di “rimanere nell’amore” e di capire che l’amore è servizio, è prendersi carico degli altri. E la grazie di capire che il termometro di come va l’amore è la lingua.

Tutti accompagneremo Maia che riceverà la Confermazione.

[Rito della Confermazione]

Saluto finale

Avete seguito la Messa dall’esterno. E anche voi, dal balcone. Ringrazio tutti per questa “compagnia” nella Messa.

Vi chiedo di pregare per me. Preghiamo gli uni per gli altri, e cerchiamo di rimanere nell’amore del Signore, facendo del bene agli altri.

Adesso vi invito a pregare la Madonna, la Madonna del Perdono. E poi vi darò la benedizione.

“Ave o Maria...”

[Benedizione]

Grazie tante e buona serata!